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di Monica FELLETTI
Disegnavo ali di cartone col tratto incerto di quella matita e già sapevo che la destinazione era il cielo, di questa mia vita.
Guardavo in aria il falco pellegrino, le sue picchiate e il suo planare lento, naso puntato contro il finestrino di quel garage dov'ero ben contento
di rintanarmi, fra tubi e ciarpame, a costruire la macchina del volo fatta di plastica, viti e legname, che non avrebbe mai lasciato il suolo.
E una mattina che stavo mani in mano, tra le carcasse di tanti fallimenti, passò sulla mia testa un aeroplano facendo un bel tonneau con giri lenti.
Mi sembrò quasi una vision divina quando lo vidi atterrare poco lontano e fu così che quella mattina conobbi da vicino un aeroplano.
Il suo pilota mi comprese al volo quando mi vide arrivare trafelato, mi chiese come mai stavo lì, solo, mi chiese se avevo mai volato...
Io non riuscivo a togliere lo sguardo da quella macchina tanto prodigiosa: essa era per me il Grande Traguardo, davanti a lei spariva ogni altra cosa.
Mi sentii cingere le spalle con vigore da quella specie di idolo disceso, ascoltai il suo racconto con ardore, col cuore gonfio e con lo sguardo acceso...
E ancora oggi, che tante sono state le mie stagioni fiorite nelle nuvole, tra decolli, atterraggi, stalli e virate non è finito il tempo delle favole
perchè ripenso a quel fatale incontro e alla risposta che Dio mi mandò: dato che il volo l'ho sempre avuto dentro questo Suo figlio, da allora, volò.
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