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2 visitatori online| Il “Grande fuori campo” |
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| Martedì 03 Agosto 2010 00:00 | |||
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di Luigi BERRI IL “GRANDE FUORI CAMPO”
Non so bene come oggi funzionino le cose, ma tempo addietro per ottenere il sospirato brevetto di II° grado (=possibilità di trasportare passeggeri) bisognava prima degli esami effettuare da soli un volo di trasferimento verso un altro aeroporto con rotta superiore ai 200 km, volo che doveva essere convalidato all’aeroporto di destinazione con timbri e controtimbri sul libretto e sui documenti dell’a/m, così da rendere inoppugnabile fede all’avvenuto trasferimento. Senza quella tratta, niente esami successivi e di conseguenza niente II° grado. Tale volo era tra noi conosciuto col nome di “grande fuori campo”. Ovvio che l’aeroporto ove atterrare era scelto dal futuro esaminando pilota, l’importante era che fosse in Italia. Ricordo che c’era chi studiava meticolosamente per trovare un aeroporto a 201 o 202 Km, onde risparmiare tempo e denaro (il volo lo si pagava). Da buon stupidone, trovandomi a Nord dell’Appennino, non badando al capello e ai residui soldini, la sparai grossa e decisi: Ciampino! @@@@ Per un volo siffatto il mezzo che allora meglio si adattava era l’L5, molto più dei vari FL3, FL55 o MB 308. Così una mattina estiva, pantaloni corti e sandali “da frate” -che oggi non si usano quasi più- decollai inebriato dal trambusto dei 180 cv del Lycoming e dalle decine di robusti rinfrescanti spifferi sgorganti da ogni dove. @@@@ L’aereo rimase a Ciampino. Non mi vollero far rientrare in volo, visto il mancato consenso dei miei e la mia minore età. Tornai in treno. L5 il giorno dopo fu prelevato da un pilota del Club debitamente autorizzato e …maggiorenne, ma almeno il “grande fuori campo” mi fu riconosciuto. Così potei arrivare agli esami per il II° grado, che superai alla grande. Con i miei austeri genitori, passato il can-can di tragedie iniziali e dopo un annetto di punizioni assortite, ripresi a intessere rapporti quasi-normali. Rapporti normali purtroppo non ne ebbi più. Fui marchiato a vita come “il pazzo di casa”, da tenere a distanza.
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